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Chi è l'autore?

L'avvento delle intelligenze artificiali generative ha innescato una profonda trasformazione nel panorama creativo, portando con sé una serie di interrogativi fondamentali. Tra questi, emerge come cruciale la questione di chi possa essere considerato l'autore di un'opera generata utilizzando strumenti basati su AI. Questa domanda non è solo teorica, ma ha implicazioni pratiche significative nel campo artistico, legale ed economico. Tradizionalmente, il concetto di autore è stato strettamente legato all'idea di creazione umana. L'autore era colui che attraverso il proprio ingegno e la propria sensibilità dava vita a opere uniche e originali. Questo ha funzionato bene per secoli, adattandosi all'evoluzione delle tecniche artistiche e dei mezzi di espressione. Tuttavia, l'introduzione delle AI nel processo creativo ha messo in discussione questa visione consolidata.

Attualmente, il dibattito sull'autorialità nel contesto delle AI si concentra principalmente su questioni legali, in particolare sul piano della tutela del copyright e della titolarità dei diritti d'autore.

L'approccio predominante tende a cercare una netta separazione tra il contributo umano e quello della macchina. Questa visione, tuttavia, potrebbe rivelarsi limitante e inadeguata per comprendere appieno la nuova dinamica creativa che si sta sviluppando.

Il tentativo di separare nettamente l'apporto umano da quello dell'AI rischia di non cogliere la natura profondamente interconnessa del processo creativo che si realizza con questi nuovi strumenti.

L'autore ibrido? (Generato con Midjourney)

Le AI non sono semplici strumenti passivi nelle mani dell'artista, ma partner attivi nel processo di creazione, capaci di introdurre elementi di novità e imprevedibilità nel risultato finale. Diventa quindi necessario ripensare il concetto stesso di autorialità, considerando l'emergere di una nuova figura che io chiamerei autore ibrido. Questo nuovo tipo di creatore non è né completamente umano né completamente artificiale, ma una sintesi unica di entrambi.

L'autore ibrido sfrutta le potenzialità dell'AI non come un semplice strumento, ma come un collaboratore capace di espandere i confini della creatività umana.

Questa evoluzione del concetto di autore solleva alcune domande indubbiamente complesse. Come si può definire il contributo creativo in un'opera generata con l'ausilio di un'AI? Quali sono i criteri per attribuire l'autorialità in questo nuovo contesto? Come si bilanciano i diritti dell'autore umano con il ruolo dell'intelligenza artificiale nel processo creativo?

Nei prossimi paragrafi, esploreremo più in dettaglio questa nuova concezione di autore ibrido, analizzando come si manifesta nella pratica artistica contemporanea e quali sfide pone al sistema legale e culturale attuale.

L'autore ibrido: una nuova sinergia tra uomo e macchina

Il concetto di autore ibrido rappresenta una nuova frontiera nella comprensione della creatività nell'era digitale. Questa figura nasce da una sinergia unica tra l'ingegno umano e le capacità computazionali delle intelligenze artificiali, creando un processo creativo che va oltre la semplice somma delle parti.

L'autore ibrido si manifesta come una collaborazione dinamica in cui sia l'elemento umano che quello artificiale giocano ruoli cruciali e complementari.

Le intelligenze artificiali si distinguono per tre caratteristiche fondamentali nel loro approccio alla creatività. In primo luogo, dispongono di un'estrema potenza di calcolo che consente loro di elaborare e combinare enormi quantità di dati in tempi brevissimi. In aggiunta, questa capacità si integra con la loro abilità di generare e combinare idee in modi inaspettati, attingendo da una vasta conoscenza di informazioni e stili. Infine, sviluppano una peculiare forma di "creatività computazionale", che permette di produrre variazioni e iterazioni su un tema con una velocità e in una quantità che superano le possibilità umane.

Nel processo creativo che coinvolge l'intelligenza artificiale, il ruolo dell'essere umano rimane centrale e si manifesta attraverso molteplici aspetti. È infatti responsabile della concezione dell'idea iniziale e della visione creativa complessiva del progetto, elementi che costituiscono il fondamento di ogni opera. Durante lo sviluppo, assume il ruolo di direzione, controllando il processo e guidando l'AI verso la realizzazione della sua idea. La sua funzione critica emerge nella selezione e nell'interpretazione dei risultati prodotti dall'AI, attraverso cui conferisce significato e contesto alle opere generate. Il creativo arricchisce il processo con gli elementi distintivi dell'esperienza umana, quali l'emotività, l'intuizione e la comprensione del contesto culturale. Inoltre, sviluppa la capacità di identificare il valore potenziale anche in output apparentemente non coerenti o inaspettati, trasformando possibili anomalie in opportunità creative.

In questa nuova realtà l'autore umano non è più l'esecutore diretto dell'opera, ma assume il ruolo di regista e curatore del processo creativo. L'utente imposta i parametri, fornisce gli input iniziali, e poi guida l'AI attraverso una serie di iterazioni e perfezionamenti. L'AI non è un semplice strumento passivo, ma un collaboratore attivo capace di introdurre elementi di sorpresa e innovazione nel processo creativo. Proseguendo nella metafora teatrale, se il creativo umano è il regista, l'intelligenza artificiale si comporta come un attore talentuoso ma egocentrico, pronto a dominare la scena in assenza di una direzione rigorosa.

Questa collaborazione si manifesta in modi diversi a seconda del tipo di AI utilizzata e del grado di controllo esercitato dalla persona. In alcuni casi l'AI potrebbe essere utilizzata come strumento di generazione di idee o bozze iniziali, che vengono poi elaborate e perfezionate manualmente. In altri casi, l'opera finale potrebbe essere il risultato diretto dell'output dell'AI, con il creativo che agisce principalmente come curatore e selezionatore.

La natura ibrida di questo nuovo tipo di autore solleva interessanti questioni filosofiche sulla natura della creatività stessa. Un'opera generata con un'AI può essere considerata veramente creativa? Come si valuta il contributo creativo quando parte di questo processo avviene all'interno di una "scatola nera" computazionale? Queste domande non hanno risposte semplici, ma riflettono la complessità e la ricchezza di questo nuovo paradigma creativo.

L'autore ibrido, quindi, non si ferma all'utilizzo delle nuove tecnologie, ma si spinge a esplorare territori espressivi ancora inesplorati. Questa figura sfida le concezioni tradizionali di creatività, autorialità e originalità, aprendo nuove possibilità espressive e ponendo al contempo sfide inedite al mondo dell'arte e del diritto.

In questo contesto, l'autore ibrido rappresenta proprio la spinta verso la scoperta di nuove frontiere artistiche. La collaborazione tra uomo e macchina non è un concetto nuovo, prendiamo come esempio il confronto tra la maratona e la Formula 1. La maratona è uno sport puramente umano, mentre la gara automobilistica rappresenta una perfetta fusione tra abilità umana e tecnologia avanzata. Nonostante questa differenza, oggi nessuno metterebbe in dubbio che un pilota di Formula 1 sia un vero atleta.

Case study: "Unsupervised" di Refik Anadol

Per comprendere meglio come si manifesta il concetto di autore ibrido nella pratica artistica contemporanea analizziamo un'opera di Refik Anadol, artista di origine turca attualmente residente negli Stati Uniti, figura di spicco nel panorama dell'arte digitale contemporanea. Le sue installazioni, che fondono arte e tecnologia in modi innovativi, sono state esposte in numerose città in tutto il mondo, inclusa Milano.

Unsupervised è un'installazione visibile al MoMA di New York; l'opera si presenta con un imponente schermo che mostra una sequenza di immagini astratte in continua evoluzione. Queste immagini sono generate da un'intelligenza artificiale addestrata su un vasto dataset di opere selezionate nelle collezioni del museo, comprendenti sia immagini che video. Unsupervised fa parte di un progetto più ampio, Machine Hallucination, che sul sito di Anadol viene raccontato così:

Unsupervised fa parte di Machine Hallucinations, il progetto in corso dello studio Refik Anadol che esplora l'estetica dei dati basata sulla memoria visiva collettiva. Sin dall'inizio del progetto, nel 2016, Anadol ha utilizzato l'intelligenza artificiale come collaboratore della coscienza umana, in particolare gli algoritmi DCGAN, PGAN e StyleGAN addestrati su vasti set di dati per svelare strati non riconosciuti della nostra realtà esterna. Anadol e il suo team raccolgono dati da archivi digitali e da risorse disponibili pubblicamente e li elaborano con modelli di classificazione ad apprendimento automatico. Come esperienza multicanale magistralmente curata, Machine Hallucinations porta al pubblico un elemento di sorpresa auto-rigenerante e offre una nuova forma di autonomia sensoriale attraverso la serendipità cibernetica.

Tornando all'opera esposta al MoMA, il processo creativo che sta dietro è complesso e multifase. Anadol ha diretto personalmente ogni aspetto di questo processo.

A prima vista, si potrebbe essere tentati di considerare l'AI come l'autore principale dell'opera, dato che le immagini visualizzate sembrano generate autonomamente dal sistema. Ma il ruolo cruciale di Anadol nell'intero processo creativo porta a riconoscerlo a pieno titolo come l'autore di Unsupervised.

Il processo creativo di Anadol si articola attraverso diverse fasi interconnesse, ciascuna fondamentale per la realizzazione dell'opera finale. La concezione iniziale del progetto riflette la sua visione artistica personale, in questo caso applicata come un'esplorazione della memoria collettiva del museo attraverso l'intelligenza artificiale. Il processo si sviluppa con la gestione del dataset, dove la selezione delle opere per l'addestramento dell'AI rappresenta di per sé un atto creativo che influenza in modo determinante l'output finale. Nella fase di progettazione del sistema, Anadol ha selezionato e configurato l'intelligenza artificiale, definendo parametri e algoritmi specifici per governarne il funzionamento. Anche l'elemento finale, il grande schermo quadrato di oltre 7 metri di lato, è da considerare come elemento dell'opera assieme alle decisioni relative all'ambiente espositivo, in quanto trascendono la mera generazione di immagini diventando parte integrante dell'esperienza artistica. Infine, attraverso la sua interpretazione artistica, Anadol conferisce significato e contesto alle immagini generate dall'AI, integrandole nella narrazione complessiva dell'opera.

Volendo provare a raccontare i passaggi tecnici ed anche l'origine del nome del progetto, una volta creato il dataset con i 138.151 elementi selezionati dalle collezioni del MoMA, parte la fase di addestramento dell'AI. Questo avviene con l'uso di un sofisticato algoritmo sviluppato da NVIDIA, StyleGAN2 ADA. Questa fase porta alla costruzione di uno spazio latente (Latent Space) che rappresenta matematicamente il dataset originale.

Lo spazio latente costituisce il nucleo dell'intelligenza artificiale costruita per il progetto, racchiudendo tutto ciò che il sistema ha appreso in una struttura multidimensionale e per questo non direttamente osservabile. Il processo di apprendimento è non-supervisionato, caratteristica che dà il nome al progetto stesso, in quanto lascia all'AI il compito di identificare autonomamente pattern nel materiale del dataset. Questa scelta metodologica risponde all'obiettivo di ricercare strati non riconosciuti della nostra realtà esterna, scoprendo nuove connessioni, significati e relazioni che potrebbero sfuggire alla percezione umana.

Anadol sfrutta questa peculiarità degli algoritmi di apprendimento non supervisionato per la creazione di opere d'arte originali e innovative. L'AI, libera da vincoli e preconcetti, esplora l'immenso spazio visivo della collezione del MoMA generando nuove interpretazioni, che si manifestano come "allucinazioni" artistiche capaci di espandere la nostra percezione dell'arte e della realtà stessa.

L'esplorazione di questo spazio latente avviene attraverso il Latent Space Browser, un software sviluppato appositamente dallo studio di Anadol. Questo strumento non si limita a una semplice "osservazione" degli elementi nello spazio latente, ma opera in modo dinamico. Il browser si distingue per la sua natura attiva: muovendosi nello spazio latente attraverso la variazione dinamica dei suoi parametri "stimola" gli elementi presenti, generando animazioni complesse. Il Latent Space Brower è il collegamento fra lo spazio latente e il grande schermo visto dal pubblico, agendo in modo attivo da motore di generazione delle immagini.

Anche un artigiano o un tecnico potrebbe eseguire tecnicamente lo stesso flusso di lavoro, ma è il pensiero creativo dell'artista, presente fin dalla concezione ed in ogni fase del processo, che trasforma quest'ultimo in parte integrante dell'opera d'arte. La differenza non risiede nelle azioni compiute, ma nella visione artistica che le precede e le guida, conferendo al processo stesso un valore espressivo che trascende la mera esecuzione tecnica. L'artista guida l'AI, interpreta i suoi output e li contestualizza all'interno della sua visione artistica più ampia.

L'esempio di Unsupervised illustra perfettamente il concetto di autore ibrido. Anadol non crea direttamente ogni singola immagine, ma orchestrando l'intero processo – dalla selezione dei dati forniti (input) alla presentazione finale – si afferma come l'autore dell'opera nel suo complesso.

Caleidoscopio (immagine generata con Midjourney)

Mi viene in mente il meccanismo del caleidoscopio: le immagini visibili al suo interno sono imprevedibili ma sono strettamente derivate dalla tecnica di costruzione dello strumento e dal tipo di elementi interni inseriti dal costruttore. Se al suo interno il costruttore mette elementi di un solo colore le immagini visibili quando si accosta l'occhio al foro avranno unicamente quel colore non potendo lo strumento inventarne altri. Nel caso del caleidoscopio, l'opera è lo strumento stesso oppure la fugace immagine che l'utilizzatore vede manovrandolo?

Questo parallelismo con il caleidoscopio mi sembra illustri bene la relazione tra l'artista e l'AI come la si ritrova in Unsupervised. Da un lato il costruttore del caleidoscopio determina le possibilità delle immagini che si formeranno, dall'altro Anadol, attraverso la selezione del dataset e la progettazione del sistema AI, definisce il campo delle possibilità creative dell'opera. Le immagini specifiche generate possono essere imprevedibili, ma sono il risultato diretto delle scelte artistiche e tecniche di Anadol. A mio avviso, dunque, anche le immagini generate da Unsupervised sono da considerare opere di Anadol, di cui quindi egli è autore avendo lui deciso tutto il processo a monte.

L'opera, cos'è davvero?

È arrivato il momento di chiedersi cos'è l'opera. È un interrogativo apparentemente semplice ma la risposta è complessa, la mia idea è che l'intero processo creativo sia parte integrante dell'opera stessa.

Nel caso di Anadol, come raccontato nel paragrafo precedente, include la selezione delle opere dalle collezioni del museo, la costruzione del dataset, l'addestramento dell'intelligenza artificiale la definizione degli algoritmi e la scelta della modalità di presentazione. In questo contesto, l'opera d'arte non è più confinata al prodotto finale visibile, ma si estende a includere molteplici dimensioni, tutte esplicitamente definite dall'artista con lo scopo del costruire l'immagine fruibile dal pubblico.

Il punto di partenza comprende la visione artistica di Anadol e la sua interpretazione della memoria collettiva del museo tramite il suo lavoro curatoriale di selezione delle opere da includere nel dataset. Un vero e proprio atto creativo che influenza profondamente l'output finale. Lo sviluppo tecnologico, che include la progettazione e l'addestramento dell'AI, compresa la definizione di parametri e algoritmi, diventa a sua volta una componente essenziale dell'opera.

L'artista, che da tempo ha superato il ruolo di mero creatore di oggetti per diventare ideatore di progetti artistici, diventa ora architetto di un complesso ecosistema creativo dove tecnologia, dati, spazio fisico e interazione umana si fondono in un'unica esperienza artistica. Va ricordato che stiamo parlando di una particolare opera d'arte, estremamente strutturata, tuttavia come vedremo più avanti l'autore ibrido può esistere anche con sistemi più semplici.

Riprendendo il parallelo con il caleidoscopio potremmo affermare che l'opera non è solo l'immagine fugace vista sul grande schermo ma include la progettazione dello strumento, la selezione dei materiali e arrivando persino all'atto di osservazione da parte dei visitatori.

Per rispondere alla domanda nel titolo del paragrafo nel caso dell'opera di Refik Anadol ogni decisione in questo processo contribuisce al significato e alla definizione dell'opera.

Si può considerare che l'elemento visibile dell'opera – l'immagine sul grande schermo nel caso di Unsupervised come pure quella che si forma all'interno del cilindro del caleidoscopio – rappresenti il punto di convergenza di due aspetti dell'opera stessa, non immediatamente percepibili come tali: da un lato, il meticoloso lavoro di preparazione che conduce alla visione finale, e dall'altro, l'esperienza di fruizione da parte del pubblico. Questi due elementi, apparentemente distinti, si rivelano in realtà parti integranti dell'opera nel suo complesso.

A tal proposito si può citare Sol LeWitt, secondo cui "l'idea diventa una macchina che realizza l'arte" [Cfr. Sol LeWitt, Paragraphs on conceptual arts in Artforum vol. 5, summer 1967].

Questa nuova dimensione dell'opera d'arte solleva interrogativi complessi sul piano legale e filosofico. Come si può definire e proteggere un'opera che esiste in parte come codice, in parte come dataset, in parte come esperienza effimera e in parte come idea? Dove inizia e finisce il contributo creativo dell'artista in un sistema così interconnesso?

La sfida per il futuro sarà quella di sviluppare nuovi framework concettuali e legali che possano abbracciare questa complessità, preservando al contempo il valore unico del contributo creativo umano in un mondo sempre più mediato dalla tecnologia.

Implicazioni legali e future dell'autorialità nell'era delle AI

L'emergere dell'autore ibrido nel panorama artistico contemporaneo non solo sfida le nostre concezioni tradizionali di creatività, ma pone anche significative questioni legali, in particolare nell'ambito del diritto d'autore. L'attuale sistema giuridico, basato su una visione antropocentrica della creatività, si trova ora a dover affrontare scenari per i quali non era stato originariamente concepito.

Un caso emblematico che può aiutarci a comprendere la complessità di queste questioni è la sentenza della causa Cattelan-Druet. In questo caso la giustizia francese riconobbe Maurizio Cattelan come unico autore delle sue statue, nonostante non le avesse materialmente realizzate. La corte stabilì che l'autorialità risiedeva nella costruzione del progetto e nella direzione dell'opera, piuttosto che nella sua esecuzione materiale.

Tuttavia, il caso delle AI generative presenta ulteriori complicazioni. A differenza dell'artigiano che esegue fedelmente le istruzioni dell'artista, l'AI ha un ampio margine di manovra nell'interpretazione dei prompt e nel completamento delle parti non specificate. Questo solleva domande cruciali: fino a che punto l'output della macchina può essere considerato un'espressione diretta della visione dell'artista? Come si può determinare il confine tra il contributo creativo dell'artista e quello dell'AI?

L'approccio tradizionale del copyright/diritto d'autore credo sia inadeguato per rispondere a queste domande in quanto basato su principi giuridici nati in un'epoca in cui la creatività era considerata esclusivamente umana, per cui fatica a inquadrare correttamente il ruolo dell'AI nel processo creativo. Questa inadeguatezza diventa sempre più evidente con la crescente diffusione di questi strumenti e il loro (incalzante) progresso tecnico.

Inoltre, le strutture stesse dei nuovi servizi che offrono l'uso delle AI, con i loro ambienti comuni e termini di servizio (anche noti con l'acronimo anglofono TOS) specifici, mettono ulteriormente in crisi l'attuale formulazione del copyright/diritto d'autore.

Questi servizi non solo permettono, ma spesso incoraggiano attivamente la condivisione ed il riuso di prompt e immagini tra gli utenti attraverso il meccanismo del remixing, termine che in questo contesto si potrebbe tradurre con "modifica sostanziale", nella pratica la possibilità di poter utilizzare opere di altri ma solo dopo avere applicato modifiche tali da poter ritenere l'opera risultante a sua volta originale capace di esprimere la personalità dell'autore che modifica.

Un esempio emblematico è Midjourney, dove la condivisione, l'ispirazione reciproca ed il riuso sono parte integrante dell'esperienza creativa, tanto che nei TOS si legge:

Nota: Midjourney è una community aperta che consente ad altri di utilizzare e remixare le immagini e i prompt dell'utente ogni volta che vengono pubblicati in un ambiente pubblico. Per impostazione predefinita, le immagini dell'Utente sono pubblicamente visualizzabili e remixabili. Come descritto di seguito, l'Utente concede a Midjourney una licenza per consentire ciò.

È importante sottolineare che questa pratica non deve essere vista come una semplice appropriazione di contenuti altrui. Al contrario, vuole essere un nuovo metodo creativo che incoraggia l'uso innovativo e trasformativo del materiale prodotto da altri per generare propri contenuti originali tramite modifiche sostanziali. Questo approccio sfida la concezione tradizionale di originalità e autorialità, promuovendo un modello di creatività più collaborativo e interconnesso, tanto da diventare parte di un documento che ha valenza di contratto.

Tale dinamica solleva questioni complesse: come si può definire l'originalità in un contesto dove l'ispirazione e la rielaborazione sono così intrinsecamente legate al processo creativo, in modo così esplicito rispetto a quanto capita nel mondo pre-AI? Come si bilanciano i diritti degli autori originali con quelli di chi crea nuove opere basandosi su prompt o idee condivise? Queste domande evidenziano ulteriormente la necessità di ripensare i fondamenti del diritto d'autore nell'era dell'intelligenza artificiale.

Una frase che continua a girare e che da in qualche modo la misura delle polemiche è quella del "non è arte!" (ma vale anche per la creatività) in relazione alle opere generate con una qualche AI, come se lo strumento usato fosse un elemento determinante per definire la qualità dell'opera. È ovvio che si tratta di una polemica senza senso visto che il livello artistico non si determina certo a priori e basandosi sugli strumenti utilizzati. A questo proposito riporto una frase tratta dal libro L'autore artificiale. Creatività e proprietà intellettuale nell'era dell'AI (Ledizioni, 2023) di Simone Aliprandi, un testo che ritengo essere un importante punto di riferimento sugli aspetti legali di questo mondo.

Non ha senso dire a priori che queste creazioni non sono arte solo per il fatto che sono realizzate con questi sistemi; perché comunque l'eventuale riconoscimento di un valore artistico avverrebbe in un secondo momento, da parte di persone dotate di particolare sensibilità ed esperienza nel settore (e in caso di diatriba legale, anche da un giudice).

Con il suo libro L'autore artificiale. Creatività e proprietà intellettuale nell'era dell'AI (Ledizioni, 2023), Aliprandi offre un'analisi approfondita della questione e ci permette di comprendere lo stato dell'arte in questo campo in rapida evoluzione, con uno sguardo professionale e attento alle varie implicazioni.

Guardando al futuro, penso che il concetto di autorialità continuerà a evolversi di pari passo con lo sviluppo tecnologico. Questo potrebbe comportare non solo adeguamenti del quadro giuridico, ma anche una riconsiderazione più ampia di cosa significhi essere un autore o un creatore nell'era digitale.